Dall’aggressione di Angela Previtali era trascorso quasi un anno. Angela aveva 12 anni e Vincenzo Verzeni tentò di trascinarla via e straziarla che erano le 7 di mattina. La piccola, però, aveva iniziato a strillare e il Verzeni dovette desistere.

1870. Giovanna Motta
Giovanna Motta aveva 14 anni ed era di Suisio, ma prestava servizio a Bottanuco presso i coniugi Secchi che in quell’8 dicembre 1870 le avevano concesso di andare al suo villaggio per salutare la sua famiglia.
Il suo cammino verso Suisio, però, fu segnato da un fazzoletto che Emilia Biffi, una donna di Bottanuco, rinvenne in mezzo all’erba. Un altro effetto personale fu rinvenuto da Antonio Sala, anch’egli di Bottanuco, che mentre lavorava la terra trovò un’immaginetta raffigurante Pio IX. Due oggetti, il fazzoletto e il santino, che fino a poche ore prima Giovanna aveva con sé.
La ragazzina non arrivò a Suisio, non bussò mai a quella porta per riabbracciare i suoi. Il 10 dicembre 1870 i coniugi Secchi, la famiglia che dava lavoro alla piccola Giovanna, iniziarono a cercarla dopo che Battista Marra, un contadino, rinvenne ai piedi di un gelso un intruglio organico che somigliava alle interiora di un animale, una di quelle esche usate dai cacciatori per attirare le volpi e catturarle. Quel lezzo, quella carne esposta alla luce del sole, un tempo erano gli organi interni di Giovanna.
Il corpo della 14enne di Suisio fu rinvenuto sotto una tettoia in località Tabbiotto. Era morta, nuda, con la bocca riempita di terra per impedirle di gridare e il corpo spaccato a metà. Chi l’aveva ridotta in quello stato le aveva estratto le interiora dal ventre e le aveva staccato un polpaccio. Gli spilloni che Giovanna portava tra i capelli, inoltre, erano stati disposti sopra la sua testa in perfetto ordine, con le punte rivolte verso il cadavere.
Vincenzo Verzeni aveva ucciso. Di fronte al presidente Donà della Corte di Assise di Bergamo avrebbe negato, ma in un colloquio a cuore aperto con Cesare Lombroso raccontò di aver estratto le viscere di Giovanna per stringerle tra le dita e sentirne la consistenza e il calore, per poi staccarle un polpaccio e succhiarlo fino a dissanguarlo.

1871. Maria Previtali
Pochi mesi prima di incontrare Maria Previtali, Vincenzo Verzeni aveva avvicinato e spaventato Maria Galli cogliendola di sorpresa e strappandole dalla testa il fazzoletto che tutte le contadine indossavano. Lo fece senza dire nulla: arrivò all’improvviso, le rubò il copricapo e se ne andò noncurante delle insistenti richieste della Galli di restituirle il suo oggetto.
Quando Maria Previtali incontrò Verzeni, però, le cose andarono diversamente. Era il 26 agosto 1871 e la ragazza, 18 anni, si trovava su una strada che da Bottanuco portava a Suisio. In pieno pomeriggio Maria sentì dei passi affrettati arrivare alle sue spalle e quando si voltò fece un salto a ritroso. Era affannato, sudato e con quegli occhi quasi vitrei puntati su di lei. Tuttavia Maria lo riconobbe: Vincenzo Verzeni era suo cugino e non poteva farle del male.
Qualcosa, però, non andava: Vincenzo non la riconosceva e per questo iniziò a farle delle domande. Maria si trovò improvvisamente schiacciata sul terreno da una forza fuori dal comune: suo cugino la afferrò per le gambe e la trascinò verso un terreno di frumento. Vincenzo le saltò addosso e iniziò a strangolarla. Improvvisamente, e proprio mentre Maria stava per perdere i sensi, il Verzeni mollò la presa e si allontanò verso lo stradone per verificare che non arrivasse nessuno. Tornò da lei, poi, e le prese le mani fissandola negli occhi. Maria era paonazza, gonfia di lacrime e paura, e gli chiese di lasciarla andare. Lui l’accontentò e non disse niente.
1871. Elisabetta Pagnoncelli
“Saranno due sporcaccioni”, dissero probabilmente quelle due donne che per puro caso, il 27 agosto 1871, si trovarono a passare in località Campazzo, a pochi chilometri dal centro abitato di Bottanuco, quando videro un uomo e una donna agitarsi in mezzo al campo Zannino. Per questo non si avvicinarono a quello strano teatro.
In realtà Vincenzo Verzeni aveva appena concluso il primo atto della lunga commedia della morte su Elisabetta Pagnoncelli. L’aveva incontrata mentre trasportava dei pulcini. La donna, riconoscendo negli occhi vitrei del Verzeni il volto del destino che l’attendeva, riuscì solamente a gridare: “Mio Dio, salvate i miei figli”. Aveva 27 anni, Elisabetta, e 3 figli che manteneva lavorando in una filanda a Cerro. Disse quella frase, la giovane madre, certa che non avrebbe più rivisto le sue creature. Lo capì perché Vincenzo Verzeni non si limitò a balzarle addosso con il suo peso: il contadino le aveva cinto una corda intorno al collo e così, come un carro pieno di merce, aveva preso a trascinarla lungo quel campo avanti e indietro, senza alcuna pietà.
Poco dopo la brutalizzò con un falcetto, tagliando via tutto ciò che il corpo della donna offriva. Anche una cugina di lui vide quella scena e si confrontò con le prime due donne che stavano passando di lì, ma nessuna di esse fece né disse nulla. Vincenzo Verzeni aveva ucciso di nuovo e ancora una volta, senza un motivo, dispose degli spilloni che Elisabetta portava fra i capelli. Questa volta, però, non si limitò a disporli accanto al cadavere: Vincenzo glieli conficcò sulla schiena in maniera ordinata, formando un triangolo.
1872. L’arresto
L’11 giugno 1872 Vincenzo Verzeni varcò la soglia delle carceri giudiziarie di Sant’Agata di Bergamo. Prima di lui furono incriminati Abramo Esposito e Luigi Comerio, rispettivamente per gli omicidi di Giovanna Motta ed Elisabetta Pagnoncelli, ma avevano alibi di ferro e furono rilasciati quasi subito.
A incastrarlo fu quella cugina che lo vide nel campo Zannino insieme ad Elisabetta Pagnoncelli. Lo aveva riconosciuto, e altre donne avevano testimoniato contro di lui. Era un caso interessante, quello di Verzeni. Al suo processo, che ebbe luogo presso la Corte d’Assise di Bergamo dal 26 marzo al 9 aprile 1873, parteciparono anche Cesare Lombroso e Luigi Fornasini.
La libidine di Venere
Vincenzo Verzeni non immaginava, forse, che un giorno sarebbe arrossito dinanzi al presidente della corte Donà del Tribunale di Bergamo mentre ossessivamente negava i reati a lui ascritti. Le sue parole, pronunciate in un dialetto stretto, spesso suscitarono l’ilarità dei presenti. Verzeni, infatti, non conosceva che il suo dialetto essendosi tenuto lontano dalle scuole per restare nei campi. Da Bottanuco, infatti, il vampiro non si era mai mosso.
Quando iniziò il processo a suo carico, un giornalista de La Gazzetta della Provincia di Bergamo ne delineò i tratti e il carattere in un capoverso che recitava così:
Un giovanotto con capelli biondi, con due fini mustacchi dello stesso colore, con lineamenti regolari, d’aspetto florido, di fisionomia che quasi poteva dirsi simpatica, se non avesse un’espressione alquanto cupa e uno sguardo semilosco. Era vestito da contadino agiato. Non dava alcun segno di commozione.
Cesare Lombroso, nella perizia che consegnò alla magistratura, sottolineò che l’atto criminoso del Verzeni presentava una reviviscenza di istinti primordiali che siglava sotto la definizione “Libidine di Venere”. Fu proprio Lombroso, inoltre, a raccogliere la confessione del vampiro di Bottanuco che invece, dinanzi alla corte, aveva negato tutto.
Secondo i suoi racconti, la morte di Giovanna Motta ed Elisabetta Pagnoncelli era dovuta a un ritardo dell’orgasmo. Verzeni provava piacere sessuale quando strangolava le sue vittime, e si fermava solamente quando eiaculava. Se ciò non avveniva il Verzeni continuava fino all’estremo, arrivando anche a straziare le carni delle povere donne che incontrava nel suo cammino. La storia del vampiro di Bottanuco ebbe fine il 13 aprile 1874 presso il Manicomio Criminale di Milano. Alle 4 di mattina gli infermieri lo trovarono impiccato nella sua cella.
Secondo altre versioni il vampiro di Bottanuco morì nella sua città natale nel 1918 dopo aver scontato alcuni anni anche nel carcere di Civitavecchia. Di lui oggi conosciamo un’incisione comparsa sulla copertina dei resoconti della Corte di Assise di Bergamo, un dagherrotipo di pessima qualità e la sua mummia conservata presso il Museo di Arte Criminologica di Roberto Paparella.

Bibliografia
- Giuseppe Ivan Lantos, Dracula
- Bruno Previtali, Il serial killer vampiro
- Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi, Serial Killer
- Pasquale Penta, I pervertimenti sessuali nell’uomo e Vincenzo Verzeni, strangolatore di donne
- Cesare Lombroso, L’uomo delinquente
- Salvatore Daniele condannato a morte dalla Corte d’Assise di Napoli il 18 giugno 1877 per avere uccisa la sua druda Giuseppina Gazzarra e rinchiuso il di lei cadavere in un baule
- Emanuele Roncalli, Da Twilight alla Bergamasca, la storia del vampiro di Bottanuco – L’Eco di Bergamo
- Emilia Musumeci, Cesare Lombroso e le neuroscienze: un parricidio mancato
- Damiano Palano, Il potere della moltitudine

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