“Ora so di essere debole”, il diario di Katelyn Nicole Davis prima del suicidio in diretta social

“Stasera ho fatto qualcosa di imperdonabile. 
È passato un mese dall’ultima volta che l’ho fatto”.

Parlare di questa storia è molto difficile. Chi è sensibile all’argomento, e mi riferisco alla parola usata nel titolo di questo articolo che almeno in questi pochi secondi non ripeterò, è pregato di interrompere la lettura. Per raccontare la vicenda di Katelyn Nicole Davis sarò costretto a scendere in particolari che potrebbero essere non adatti alle persone impressionabili. Per cui, da questo momento vi lascio dieci secondi di tempo per prendere la vostra decisione: proseguire o interrompere.

Capitolo 1 – Gli standard della community di Facebook

Voi sapete quali sono i tempi di intervento di Facebook per rimuovere un contenuto sensibile dalla piattaforma? Ogni giorno ci capita di segnalare quel commento pieno di insulti, quel post pieno di disinformazione, quel video violento, quel profilo molesto, quell’immagine minacciosa e/o piena di fake news. Tanti, sono tanti i contenuti che Facebook dovrebbe rimuovere dopo la prima richiesta, ma ciò non avviene. Piuttosto, si verifica il contrario: un nostro commento, un nostro post, una nostra immagine o un nostro video che non contengono alcun elemento sensibile per i nostri follower (e non) viene segnalato, rimosso e il nostro account subisce delle limitazioni.

Bene, se siete qui per capire come funziona questo meccanismo avete sbagliato, perché in questo articolo non spiegherò quali sono i criteri secondo i quali un contenuto violerebbe o meno gli standard della community di Facebook. Ciò che possiamo fare è sfatare un mito: il numero di segnalazioni non spingono Facebook a rimuovere un contenuto. Lo possiamo apprendere da quanto riportato dal centro assistenza. Ciò che i moderatori seguono per intervenire su un contenuto o un account non è il numero di segnalazioni inviate dagli utenti, bensì i già citati standard della community. Leggiamo:

Rimuoviamo i contenuti da Facebook se violano i nostri Standard della community, i quali sono stati elaborati per incoraggiare le persone a esprimersi e per creare un ambiente sicuro. Il numero di segnalazioni di un contenuto non ne determina la rimozione o meno da Facebook. Usiamo le stesse linee guida ogni volta che controlliamo se un profilo viola i nostri Standard della community.

A questo punto i moderatori ci consigliano e di bloccare quella persona, e di smettere di seguire quella pagina, e di uscire da quel gruppo e così via. Ma quali sono questi standard della community che a volte sembrano viaggiare al contrario? Sono tutti consultabili sull’apposita piattaforma, e come possiamo ben immaginare parlano di libertà di espressione, sicurezza, dignità, autenticità e privacy. Ora, prima di raccontarvi la tragica storia di Katelyn Nicole Davis, andiamo a leggere cosa dicono gli standard a proposito del suicidio in termini di contenuti:

Quando un utente pubblica o cerca contenuti relativi a suicidio o autolesionismo, lo indirizziamo a un’organizzazione locale in grado di aiutarlo e, qualora il team Community Operations sia preoccupato di un pericolo imminente, contattiamo i servizi per le emergenze locali per aiutarlo.

Per quanto riguarda i contenuti in diretta, secondo il parere degli esperti, se qualcuno dice di voler tentare il suicidio in una diretta streaming, dovremmo lasciare il contenuto attivo il più a lungo possibile, in modo da aumentare le possibilità che un amico o un familiare chiami i servizi per le emergenze.

Tuttavia, per ridurre al minimo il rischio che altri siano influenzati negativamente dalla visione di questi contenuti, interrompiamo la diretta streaming nel punto in cui la minaccia si trasforma in un tentativo. Come detto in precedenza, in ogni caso contattiamo i servizi di emergenza se stabiliamo che un utente stia correndo il rischio di farsi del male.

D’accordo, ma chi, come e quando? Qualche anno fa sono usciti diversi articoli che riportavano le testimonianze di ex moderatori che avevano rotto il silenzio sul lavoro svolto per il colosso di Mark Zuckerberg. Sì, ex moderatori, dunque persone. Un esempio è un pezzo uscito su Esquire nel 2019 in cui si specificava che sono tantissimi i moderatori che passano le loro giornate a sbucciarsi contenuti d’odio, hate speech, complottismi e altre violenze di altro tipo. Tutto questo, ragazzi, per ore. Per questo la stampa è concorde nel parlare di inferno dei moderatori di Facebook, con testimonianze di dipendenti che hanno vissuto veri e propri momenti di disturbo da stress post-traumatico e altre cose decisamente poco simpatiche per l’equilibrio mentale. 

Il merito di queste prime verità sui moderatori di Facebook è tutto di The Verge e della monumentale inchiesta pubblicata nel 2019 da Casey Newton. I tanto citati standard della community sono a disposizione di questi moderatori, che devono sempre valutare attentamente se veramente quel contenuto segnalato contenga una violazione e, dunque, individuare il motivo. A quel punto il moderatore segnala a sua volta quel contenuto, e le sue segnalazioni vengono raccolte ed esaminate da un addetto al controllo qualità. Secondo l’inchiesta di The Verge, la rimozione o meno di quel contenuto segnalato avviene dopo un accordo tra il moderatore e l’addetto al controllo qualità. Questo, almeno, è ciò che si dice nel 2019.

Ora che ci siamo fatti almeno un’idea su cosa siano gli standard della community di Facebook, ricordiamo che certe regole possono cambiare nel tempo e che, probabilmente, nel 2016 erano ancora diverse come altrettanto diversi potevano essere i tempi di intervento. Citiamo il 2016 perché la nostra storia inizia il 30 dicembre di quell’anno, quando Katelyn Nicole Davis, 12 anni, avviò la sua ultima diretta social. Katelyn lo fece su LiveMe, dunque che c’entra Facebook? Ci arriveremo.

Capitolo 2 – Katelyn

Spostiamoci a Cedartown, in Georgia, nel giardino di una casa di proprietà. Sono le 21:30 del 30 dicembre 2016 e su LiveMe parte la diretta di Katelyn Nicole Davis. Katelyn ha 12 anni, e come tantissimi adolescenti di questo futuro è molto attiva sui social network. Le sue attività principali si svolgono principalmente su LiveMe e YouTube. È il 2016, dunque parliamo di sette anni fa e probabilmente TikTok non ha ancora avuto il boom. Il suo nickname è ItzDolly, o più semplicemente Dolly. Proprio con il nome di Dolly, Katelyn tiene un suo diario personale sul sito QuoteTV, dal quale ad oggi sono scomparsi tutti i suoi scritti ma che troviamo in varie parti della rete sottoforma di screenshot. Per i più esperti, alcune pagine sono state archiviate. Il suo diario si chiama Diary of a broken doll, ovvero il diario di una bambola rotta

Il 27 dicembre 2016 su QuoteTV, Katelyn scrive due pagine. La prima alle 11:06 del mattino. La piccola scrive che il Natale appena trascorso è stato orribile. “Ho visto lui, scrive Katelyn. Lui è il patrigno. In quella prima pagina la ragazzina scrive: “Mi ha fatto sempre del male”, e ancora: “Ha abusato di me verbalmente, mentalmente e fisicamente”. Infine: “Dopo che gli ho chiesto di smettere di fare il pervertito, mi ha detto di impiccarmi. Nella seconda pagina del diario, pubblicata alle 23:28 di quello stesso 27 dicembre, Katelyn scrive: “Ho voglia di impiccarmi con una corda”

Ora, sono le 21:30 del 30 dicembre 2016, tre giorni dopo quello sfogo preoccupante sulle pagine del suo diario virtuale. Katelyn avvia una diretta su LiveMe dal giardino della sua casa a Cedartown. Per i suoi follower non è una novità. Anche se la piccola ha solo 12 anni, come abbiamo già detto, è molto attiva sui social. Quindi, Katelyn avvia una diretta. Sta camminando per il giardino, il sole sta per tramontare e lei ha tutta l’aria di avere una certa fretta. Chi assiste a quella live non vede il solito sorriso innocente né un racconto dei soliti aneddoti di un’adolescente alle prese con i primi turbamenti.

Katelyn si riprende in maniera confusa, poi appoggia il suo telefono sotto ad un albero. La vediamo mentre aggiusta l’inquadratura, poi si allontana. Ora sta maneggiando qualcosa. Per noi che ormai conosciamo questa storia, ciò a cui assistiamo è chiaramente un insieme di segnali di quell’ultimo puzzle della vita di Katelyn. Coloro che vedono tutto in diretta, invece, sicuramente non si rendono conto della spirale di morte in cui sono capitati. Katelyn lascia il telefono sotto l’albero del suo giardino, si allontana, ogni tanto si avvicina nuovamente al dispositivo per sistemare l’inquadratura per poi riprende a fare ciò che sta facendo.

Lo sguardo è spento, si vede chiaramente. Gli occhi sono fermi e inespressivi. Si ferma ancora a controllare l’inquadratura, poi continua. Sta chiaramente fissando una corda a quell’albero. Capite? Di minuto in minuto Katelyn mostra in diretta streaming tutti i preparativi per il suo suicidio. Nel frattempo vediamo il sole sempre più calante, e difatti la luce sempre più lontana non permette una visione chiara di ciò che Katelyn sta facendo. La live dura circa 40 minuti, e per i primi 20 la piccola si prepara alla morte e di tanto in tanto osserva il suo telefono.

La piccola indossa il cappio. Ad un certo punto inizia a parlare, e la frase più ricorrente è: “I’m so sorry”. “I’m so sorry”, “Mi dispiace tanto”, e aggiunge: “Mi dispiace così tanto che dobbiate assistere al mio suicidio”. Quindi Katelyn, ormai in piedi su un secchio, inizia a salutare i suoi amici. Poi dice “goodbye” e dà un calcio al secchio. Nonostante la scarsa luce, possiamo vedere i primi spasmi che durano pochi secondi, poi il corpo rimane immobile e inizia a girare lentamente su se stesso. Nel frattempo il telefono della ragazzina squilla più volte, presumibilmente perché qualcuno che sta assistendo alla diretta vuole tentare di fare qualcosa. Il buio è sempre più totale, e ormai non vediamo più niente. Ora, pochissimi secondi prima della fine del video, una voce femminile fuori campo dice: “Katelyn?”. Qui il video si interrompe.

D’accordo, fermi. Può sembrare una rimestata nel macabro e nel morboso, ma questa storia fa tanto male quanto incazzare. Fa male perché ciò che abbiamo appena raccontato è la storia di una ragazzina di 12 anni che ha scelto, con una lucidità spaventosa, di suicidarsi portando con sé il mondo dei social network. Fa incazzare perché proprio questi ultimi, specialmente uno, hanno gestito malissimo il contenuto trasmesso da Katelyn. Non è certamente colpa di questa povera piccola, che – stando a quanto da lei raccontato nel diario – ha già un macigno pesantissimo sullo stomaco e probabilmente – probabilmente, perché non siamo noi a doverlo dire – è proprio quel macigno a metterla su quel secchio, con quella corda intorno al collo e di fronte a un mondo interconnesso. Non è colpa di Katelyn se quella diretta con la morte è rimasta online per due settimane. Due settimane, sì, ed è successo su Facebook.

Capitolo 3 – Le due settimane di Facebook

Sappiamo come funzionano i social. Io condivido una live su Instagram, questa viene registrata da qualcuno con lo strumento registrazione schermo che troviamo in ogni telefono, questa live finisce su Twitter, quindi qualcun altro la salva la e pubblica su Facebook, YouTube. Insomma, si perde il controllo di questo video impazzito.

Non è un caso se – ad esempio – su YouTube troviamo tanti video che in origine si trovavano nelle storie di Instagram. Insomma, è normale. Tornando a noi, Katelyn ha mandato la sua live su LiveMe, e quel filmato fa il giro dei social. Compare su Facebook, YouTube, Twitter. Dappertutto. Scaricato, ricaricato, condiviso ora da quel profilo e quella pagina, poi messo dentro ad un gruppo, inviato via posta privata. Ci vuole veramente un attimo, con un video di questo tipo, per parlare di viralità. Il suicidio di Katelyn diventa quindi virale.

Non ci sono notizie su come sia stato interrotto il video, perché su questo aspetto le informazioni sono frammentate. Quella più accreditata è che una vicina abbia chiamato la polizia, quindi sia stata lei stessa a interrompere la live ancora in corso. Katelyn viene dunque portata al Polk Medical Center, dove la dichiarano morta. Nel frattempo la registrazione della sua live è già passata da LiveMe a Facebook e YouTube. Parliamo di colossi, non di piccole realtà del web.

La prima piattaforma ad intervenire è proprio LiveMe. Dopo la tragedia, un portavoce racconta a BuzzFeed che i moderatori hanno rimosso il video a seguito delle prime segnalazioni. Sabato 31 dicembre 2016 il video è presente in diverse versioni su YouTube, ma anche in questo caso viene tutto rimosso. Ora spostiamoci nell’ufficio dello sceriffo della contea di Polk, dove appunto si è consumata la tragedia di Katelyn. Al centralino e all’indirizzo e-mail del capo della polizia Kenny Dodd arrivano segnalazioni e telefonate di intere famiglie indignate per ciò che sta circolando sui social. Quali social? Facebook. Il caso esplode in poco tempo, e alle autorità non resta che contattare i centri assistenza per chiedere l’immediata rimozione di quel video. Quei video.

L’11 gennaio 2017 il video è ancora online. Dalla morte di Katelyn sono passate quasi due settimane, e la psicoterapeuta Kyle MacDonald racconta sul The Guardian di essersi imbattuta nel video del suicidio della 12enne su Facebook e di averlo segnalato. Con grande rammarico, a Kyle viene risposto che quel contenuto non viola gli standard della community”. Il 12 gennaio 2017 BuzzFeed racconta di aver riscontrato lo stesso problema. A dare la notizia più triste è Mashable il 13 gennaio 2017, quando scrive che da Facebook non è arrivata alcuna spiegazione circa la permanenza del video, in varie versioni, sulla piattaforma. Pochi giorni dopo il video è scomparso da Facebook, ma non dal web. Noi lo abbiamo trovato senza troppa fatica. È disponibile nella sua versione integrale su un forum che ovviamente non vi indicheremo, e per poter capire fino a quale punto si è spinta la risposta tardiva di Facebook lo abbiamo visionato per intero. Ecco perché c’è da incazzarsi, specialmente se è vero ciò che scrivono su Mashable, ovvero che la piattaforma non ha mai fornito spiegazioni.

Mentre scriviamo non ci sono notizie su eventuali condanne contro colui che avrebbe abusato fisicamente e psicologicamente di Katelyn. Ciò che si riesce ad apprendere da un articolo del 13 gennaio 2017 è che le indagini per abusi sessuali contro il patrigno sarebbero iniziate ben prima della morte della ragazzina.

Capitolo 4 – Il diario di una bambola rotta

Martedì 27 dicembre 2016, ore 11:06:

Caro diario,
questo è stato il peggior Natale di sempre. E non solo perché odio la vacanza in sé. È molto di più. Ho incontrato lui per la prima volta dopo tanto tempo. Quello che mi ha ferito di più, il mio patrigno.
Il mio patrigno mi ha fatto un sacco di cose, per le quali sembra che io non possa perdonarlo. Ha abusato di me fisicamente, mentalmente e verbalmente. Mi ha colpito con la sua cintura di pelle con borchie d’argento, assicurandosi che le borchie mi colpissero. Una volta mi ha colpito così forte con la cintura sul braccio, che il mio braccio ha iniziato a sanguinare. Ha persino… ha cercato di violentarmi.
Non posso e non lo perdonerò per tutto quello che ha fatto. Mi ha detto di “impiccarmi” solo perché gli ho chiesto se avrebbe smesso di essere così pervertito di fronte ai miei fratelli più piccoli. Mi ha insultata e mi ha chiamata “puttana senza valore” e che avrei dovuto uccidermi. Mi ha fatto dormire nella mia stanza che sta letteralmente cadendo a pezzi. Non mi lasciava fare niente. Sono entrata nella National Leaders Association for Young Leaders. Al college mi avrebbero aiutata. Ma ovviamente, ha detto che ero troppo stupida per entrare in una scuola del genere.
Sono stata costretta a rivederlo a Natale. Quella è stata la parte peggiore dell’intera giornata. Ha toccato i miei fratelli. Mi ha toccata, eppure siamo stati costretti a vederlo. Non lo perdonerò mai.
Bene, devo finire questa pagina. Se non lo faccio ora, starò qui tutto il giorno. Quindi, la domanda del giorno è: cosa avresti fatto se avessi visto qualcuno che ti ha ferito?
Cordialmente,
Dolly

Martedì 27 dicembre 2016, ore 23:28:

Caro diario,
fa male. Fa tutto male. Il mio cuore, la mia anima, i miei sentimenti, il mio corpo… Fa solo male. Ma ora mi godo questo dolore. Mi piace avere il cuore spezzato. Mi godo la mia depressione. Mi diverte tutto, cazzo!
Scusa, mi sono lasciata trasportare. Sono solo persa. Stasera ho bisogno di pregare Dio. Forse mi aiuterà a trovare le risposte di cui ho disperatamente bisogno. Prendo medicine per la mia depressione, ma non funziona molto bene.
Stasera ho fatto qualcosa di imperdonabile. È passato un mese dall’ultima volta che l’ho fatto. Mi sono tagliata. Non solo il mio polso come al solito. Mi sono tagliata la spalla, vicino al gomito ed entrambe le cosce.
Fa molto male. Ma ciò che fa più male è la mia depressione. Se mia madre scopre che mi sono tagliata di nuovo, finirò nella merda. Non so cosa farò. Mi sento tanto delusa da me stessa perché ora so di essere debole.
Ho voglia di impiccarmi con una corda. Legherò una corda al mio ventilatore da soffitto e prenderò un secchio. Poi legherò il collo e salterò. Poi saluterò la morte. È quello che mi sento di fare.
O anche prendere un coltello e tagliarmi la gola. Anche questo va bene. Forse tagliarmi i polsi tanto in profondità? Non lo so. Tuttavia, so che non posso lasciare che questi demoni mi prendano, non importa quanto io voglia uccidermi.
Bene, fino alla prossima volta immagino. Domanda della notte: quali sono alcuni modi per non tagliare che aiutano con la depressione?
Tua, Dolly.

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